My soul is painted like the wings of butterflies...

My soul is painted like the wings of butterflies...
‎"Il minimo battito d'ali di una farfalla è in grado di provocare un uragano dall'altra parte del mondo..."

Ci sono due modi di vivere la tua vita.

Una e' pensare che niente e' un miracolo.

L'altra e' pensare che ogni cosa e' un miracolo.

Albert Eisten

Informazioni personali

La mia foto
Nata il 13/o8/87 a Catania. Vivo con la mia famiglia a Riposto...dove ho sempre vissuto. Del mio paese cosa amo?Il mare e la voglia di sentirsi grande, anche nella sua piccolezza. Cosa non mi piace? La spazzatura e la mafia.E l'idea di rimanere attaccata ad un paesino di provincia che non presenta così tante opportunità.

giovedì 22 ottobre 2009

L’ECO DEL SILENZIO.

La storia di un destino quotidiano.

Se ne sta distesa su quel materasso, macchiato già da vecchie ferite. Col suo piccolo corpo, appesantito dal dolore. Nero, come la sua anima: ubriaca di dolore. Se non fosse per tutte quelle treccine non mi ricorderei più dei suoi ventidue anni; il dolore invecchia, è vero, e mi sento quasi invadente.

A ogni passo che avanzo la terra rossa s’innalza, quasi a volermi aggredire. E mi concentro su questo, come se fossero la terra rossa e i miei piedi sporchi a interessarmi veramente.

Ma adesso Yejiide si è svegliata e, dalla porta di quella baracca, fatta di paglia e banano, mi guarda. È quel silenzio disperato che mi da la forza di entrare, cacciando la paura di usurpare un dolore talmente grande da riuscire a strapparti dal petto la dignità.

«Nle-o! (ciao)» Riesce a sussurrare solo questo. Con un filo di voce.

Accanto a lei siede la psicologa; Yejide è ancora sotto shock per lo stupro di massa, subito in seguito a un attacco dei ribelli al suo villaggio, ma l’intervento chirurgico che le ha ricostruito l’apparato genito/urinario/rettale è stato troppo lungo e delicato per avere la forza di parlare. Se anche volesse. È già stato tanto se è riuscita a sussurrare “nle-o”. Con quel filo di voce. È già tanto se respira.

Ogni giorno arrivano decine di casi come questi, lì, alla “baracca dei miracoli” – la chiamano così – dove medici e volontari combattono per vite a loro straniere. Eppure, anche qui, qualche volta, i miracoli smettono di vivere.

Yejide è un nome originario della tribù degli Yoruba (Nigeria) e significa “assomiglia a sua madre”: donne messe al mondo da donne con lo stesso destino. Qui, in Nigeria. In Africa. Dove il sole, con questa luce così afosa, cerca di mascherare queste umiliazioni, di cui è quotidianamente testimone.

Solo nell’Africa occidentale, nell’ultimo ventennio, le vittime di violenza sessuali sono 432.000, tra ragazze e donne; il 18% è compiuto da familiari e l’età media delle vittime è di 15 anni. In questo modo il livello di analfabetismo tende ad innalzarsi: adolescenti che dovrebbero passare parte del tempo a ricevere un’istruzione, diventano improvvisamente delle madri. Inconsapevoli.

L’unica cosa che rimane loro è la mancanza di istruzione e la possibilità di imporsi come persona, il che ha dei tragici risultati sulla società e sulla speranza di vita.

Per queste donne, cresciute fin troppo in fretta, è molto difficile il ritorno a una vita normale. È già difficile dover fare i conti con la quotidianità della vita e con la sfida della sopravvivenza. Ogni giorno.

Perché ogni giorno percorrono queste strade rosse, alla ricerca di ciò che per loro si rivela, il più delle volte, una chimera: la dignità e una pace durevole.

Vittime del maschilismo, della poligamia, del disinteresse degli uomini; vittime di una guerra che non hanno deciso loro. Molte volte vittime di sé stesse, in un mondo in cui loro unico diritto è stare zitte.

La psicologa mi spiega che Yejide è stata ritrovata in un lago di sangue dal marito, l’ha portata alla baracca dei miracoli perché la sua amata non poteva morire: «Iranlowo! (aiuto)». I ribelli l’avevano sparata «Iranlowo

No, Yejide non è stata ferita da un proiettile: è stata legata a un albero per due giorni interi e ogni sera 10 guerriglieri andavano lì per violentare lei e altre 5 donne. Ora Yejide è sola perché “sporcata” da altri uomini. Troppi uomini, per ritornare a vivere con un marito sposato con altre due donne.

Abbassa gli occhi, immobile su quel letto. Adesso, si guarda le mani, ferite dalle corde che la tenevano appesa a quell’albero. Lavorava: percorreva 4 km a piedi, in media 2 volte al giorno, per procurare l’acqua alla famiglia, al ritorno preparava l’unico piatto della giornata e nel tempo che rimaneva doveva curare il piccolo e misero campicino di manioca. Sempre da sola, ma sempre col sorriso.

Le donne come Yejide tengono in piedi la società. Una società che si sporca della stessa terra rossa che ha sporcato i miei piedi, che puzza di fogna e povertà. Una società che sta dietro ad alberghi di lusso e alle immagini da cartolina del turismo. Ma è una società che, nonostante il paradosso, balla senza scarpe perché, se la terra rossa ti sporca, vuol dire che sei vivo. Che sorride anche quando la puzza di fogna e della povertà è così forte da umiliarti, perché per quanto sia sgradevole è comunque il suo odore.

Quante Yejide ci sono in Africa? Quante ce ne devono essere ancora?

In maggioranza, sono le donne a lavorare i campi ,in una terra che quasi mai appartiene a loro; controllano il 70% della produzione agricola, producono l’80% dei beni di consumo e assicurano il 90% della commercializzazione. Ma ad esse non è quasi mai concesso un pezzo di terra, solo perché donne.

Ogni giorno fanno 10-20 chilometri per portare l’acqua alla famiglia, con le loro taniche gialle sulla testa, poi vanno al mercato cercando di vendere quel po’ che hanno. Sulle loro spalle, i figli che ancora non camminano, in un arcobaleno di colori, tra le corsa e il rumore dei bambini.

Solo grazie al microcredito molte donne riescono ad aprire piccole imprese; molte altre s’impegnano nella politica, nelle problematiche sociali, nella salute, nella costruzione della pace. In una quotidianità disperata sanno rimettersi in piedi, a difendere i propri diritti calpestati.

Purtroppo, questa realtà non appartiene a tutte: ci sono donne che diventano schiave della strada; vendono il loro corpo per avere qualche moneta, ma molte volte vengono pagate con qualcosa che poi si rivela fatale: l’AIDS. In altri casi sono proprio loro che contagiano i “clienti” e, nei peggiori dei casi, i propri figli. In questo modo, aumenta il contagio del virus di HIV e AIDS che, nell’Africa Sub-Sahariana, è una delle principali cause di mortalità (il 55%, è rappresentato da donne), e la perdita di una sola madre ha conseguenze catastrofiche per il Paese, per la famiglia e, soprattutto, per i bambini.

Stiamo zitti. E in questo momento di silenzio penso quanto sia schiacciante il peso della sconfitta che, ogni minuto di ogni giorno, minaccia di seppellire ogni singola e piccola vittoria. Mi chiedo come ci si debba convincere che i processi da tartaruga di questo paese possano contare veramente, in un mondo che corre veloce. E ora, in questo silenzio pensoso, ho l’unica risposta possibile. E la risposta fa venire da piangere.

Deglutisco, e sulla schiena sento percorrermi un brivido, inevitabile quanto una morte in battaglia o un marciapiede bagnato appena finito di piovere.

Ma la psicologa rompe il silenzio dicendomi che Yejide, nella sfortuna, è stata fortunata perché non ha concepito: l’avrebbero messa sotto accusa processandola, se non addirittura ripudiata e lapidata. Poi mi saluta: «Questa donna, adesso, ha bisogno di riposare». Mentre mi giro per guardarla chiude gli occhi e si addormenta, come precipitando nel vuoto, ma non c’è sonno profondo abbastanza che riesca a seppellire la coscienza. Giusto, ha bisogno di riposare, nonostante il suo sarà un sonno a scatti alterni: risvegli angosciati e sonno tormentoso, fin quando la luce del mattino la trascinerà nel dolore straziante di un nuovo giorno.

E la lascio, immersa nel suo silenzio assordante.

Sfortuna. Fortuna. Che senso hanno queste parole in un pezzo di mondo così emarginato dal resto? È come se una persona curasse quotidianamente i suoi capelli mentre cammina nel fango. È come chiamare donna una mucca o chiamare mucca una donna: la si vende e la si compra. Viene usata dagli uomini come fonte di sfoghi sessuali e incubatrice di figli.

Questa è la storia di Yejide: una storia che si ripete e che non si sa mai come può finire. Una storia come tante altre, che commuove, che stranisce, che addensa le nubi dell’odio alla soglia dell’anima. Ma che non cambia, lasciando andare gradualmente le ultime speranze come roccia morbida che, col tempo, viene plasmata da un fiume in un canyon. Perché il suo destino continua a ripetersi ogni giorno.

Il sole sta calando, ma il vento è caldo e, ad ogni passo, spazza via un po’ della terra rossa dai miei piedi. Tra il suo leggero ronzio rimbomba l’eco del silenzio, senza neanche più farmi sentire le risate e i cori dei bambini: «Ojibo! (uomo bianco!) »

Adesso devo andare. Mi allontano, con uno strano senso di inutilità e una confusione claustrofobica nella mia mente. È facile che il senso di impotenza polverizzi il giardino delle buone intenzioni.

Intanto, molti volti continueranno ad incontrarsi, in quest’Eden di flora e fauna incontaminata, in cui dominano i colori e la natura è sovrana; nell’Africa, troppo spesso segnata dal malgoverno e dalla corruzione. Nell’immensità di un’oscura chiarezza.

Se non esistesse un proverbio sul fatto che “al male non c’è fondo e al peggio non c’è fine” avrebbero dovuto inventarlo.

Mi volto per l’ultima volta: dietro di me, un’immensa distesa rossa e la sagoma nera di un baobab.


mercoledì 10 giugno 2009

A Giarre è tutto a metà?!?



IL VIDEO RISALE AL 2004.. SIAMO NEL 2009 E ANCORA NON E' CAMBIATO NULLA!

venerdì 8 maggio 2009

IN MEMORIA DELLE VITTIME DEL TERREMOTO!


"Dove sarò domani che ne sarà dei miei sogni infranti, dei miei piani
Dove sarò domani, tendimi le mani, tendimi le mani
Estraggo un foglio nella risma
nascosto
scrivo e non riesco forse perché il sisma m’ha scosso

Ogni vita che salvi, ogni pietra che poggi, fa pensare a domani ma puoi farlo solo oggi

e la vita la vita si fa grande così
e comincia domani
Tra le nuvole e il mare si può fare e rifare
con un pò di fortuna
si può dimenticare.

Come l’aquila che vola libera tra il cielo e i sassi siamo sempre diversi e siamo sempre gli stessi hai fatto il massimo e il massimo non è bastato e non sapevi piangere e adesso che hai imparato non bastano le lacrime ad impastare il calcestruzzo eccoci qua cittadini d’Abruzzo e aumentano d’intensità le lampadine una frazione di secondo prima della finee la tua mamma, la tua patria da ricostruire, comu le scole, le case e specialmente lu core e puru nu postu cu facimu l’amore...."


VIOLENZA SULLE DONNE


ANNO: 2007-2008
PAESE: Italia.
FONTE:dati Istat.
OGGETTO: milioni di donne, tra i 15 ed i 70 anni, vittima di violenza sessuale o fisica. Prima causa di morte per le donne da 16 a 44 anni.


mercoledì 8 aprile 2009

Città di speranza


Quando la città diventa amica dei bambini


La città? Luogo di riconoscimento, riconciliazione e mediazione.

Il progetto “Riposto città educativa” è partito sabato 4 aprile con l’insediamento del coordinamento per la Città Educativa.

Il percorso di democrazia, presentato dal sindaco Carmelo Spitaleri, è rivolto soprattutto ai minori. La finalità principale è l’ottenimento, dall’Unicef, della qualifica “Città amiche delle bambine e dei bambini”. Per questo saranno coinvolti i minori stessi, insieme alle istituzioni, scuole e associazioni sportive e culturali.

L’ambizioso progetto si pone davanti la diffusione della conoscenza della condizione di vita dei bambini, riconoscendo e realizzando i loro diritti: rendere, quindi, migliore la loro vita. Elemento fondamentale per far crescere una città e sviluppare il futuro della società.

A collaborare all’ambizioso progetto, oltre al sindaco, gli assessori Lea Messina e Vincenzo Caragliano; i dirigenti della quarta e quinta area, Rosario Leotta e Laura Vecchio; i quattro pedagogisti Salvatore Daidone, Ketty Sturiale, Graziapia Siliato ed Elena Cacciola; i dirigenti scolastici di tutte le scuola di Riposto.

L’Unicef patrocina l’evento. l’associazione dovrà essere chiamata a valutare le condizioni per attribuire la qualifica di "Citta amica delle bambine e dei bambini". Annualmente il sindaco convocherà un'assemblea pubblica per trattare il tema della Città Educativa. In questa occasione il coordinamento presenterà le relazioni prodotte dai gruppi di studio, le iniziative realizzate, quelle in corso e quelle programmate.

Per interi secoli il bambino è stato ignorato, maltrattato. Ferito e ucciso. Solo nel 1980 è stata approvata la “Convenzione sui Diritti dell’Infanzia”. Ma ancora oggi, in molti paesi e in molte famiglie, i bambini sono costretti a comportarsi da adulti. Mettere i giocattoli nel dimenticatoio e impugnare un fucile. Dimenticare di sorridere.

Ma un adulto, senza infanzia, può sentirsi tale?

Il progetto attuato dal comune di Riposto è un esempio da imitare e un gesto da apprezzare. I progressi, rispetto ai diritti dell’infanzia, sono stati tanti, ma c’è ancora tanto lavoro da fare. Quindi non ci limitiamo a guardare solo ciò che è stato migliorato. «Là c’è un altro bimbo uguale che ha bisogno di sognare … magari un altro padre che lo porti un’altra volta al mare».

Come ha detto il presidente provinciale dell’Unicef, Vincenzo Lorefice, «un diritto, quello dell'ascolto, che rappresenta un diritto fondamentale dei bambini. I bambini hanno il diritto di essere ascoltati, lo sancisce la Convenzione Internazionale ONU che il prossimo 20 novembre compie vent'anni ».


giovedì 2 aprile 2009

SOCIETA' SEMPRE PIU' MALATA

UNA TRAGEDIA AL GIORNO, TOGLIE...LA NORMALITA' DI TORNO.

Come dice il proverbio “la pazienza è la virtù dei forti, ma la rabbia … è la virtù dei folli”.

Un uomo uccide a coltellate la moglie. «Era sempre su Messenger, ero geloso.» la tragedia, avvenuta il 30 marzo a Catania, ha sconvolto la cittadinanza. La donna, trovata quasi decapitata, è stata uccisa davanti al figlio 15enne, che inizialmente si è addossato la responsabilità per non lasciare le sorelline – di 6 e 8 anni- senza papà.

La vittima era figlia di un noto costruttore edile, era benestante e indipendente, mentre il marito, Giuseppe Castro, sei anni più giovane, non aveva lavoro. Era così geloso che non la faceva uscire di casa , neanche per andare in Chiesa. Poi quelle e-mail e le ore a chattare. E la follia è esplosa.

La nostra società è malata e peggiora di anno in anno. Di mese in mese. Scene che anni fa avremmo visto solo in film polizieschi, adesso fanno parete della quotidianità.

Perché tutta questa violenza incontrollata? Perché persone apparentemente “normali”, improvvisamente, si trasformano in spietati mostri?

Le risposte richiederebbero le teorie di filosofi e psicologi, ma non servono esperti per capire che nel mondo qualcosa ha smesso di funzionare. Anzi, qualcuno: l’uomo. Che nasce buono e diventa cattivo. Che nasce sereno e diventa depresso. Che ha fretta di crescere, ma paura di invecchiare. Che si confessa con Dio, ma dopo va a uccidere.

Il mondo è ormai invaso da contraddizioni. E tutto è, ormai, diventato una corsa contro il tempo. Quel tempo a cui tutti noi rischiamo di giungere con le nostre follie. Per anni, prima dell’inizio del nuovo secolo, si è parlato della fine del mondo. Di un angelo che sarebbe arrivato sulla terra mandando piogge di fuoco; di un maremoto che avrebbe sommerso il pianeta; di un meteorite che lo avrebbe cancellato. Teorie che non si sono affatto avverate, ma per il semplice fatto che tutto è nelle nostre mani e nessuna teoria, o profezia,vale quanto la dignità che è stata dimenticata.

Non c’è niente di più triste di accorgersi di non avere più il piacere di leggere un quotidiano o di guardare un telegiornale. Ci sorprendiamo. Ma è tutta opera nostra.

Riusciremo a salvare in tempo quel pezzetto di mondo che ci è stato concesso? Riflettiamo su questo.

“Osservate con quanta previdenza la natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia. Infuse nell'uomo più passione che ragione perché fosse tutto meno triste. Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza, la vecchiaia neppure ci sarebbe. Se solo fossero più fatui, allegri, dissennati, godrebbero felici di un'eterna giovinezza.” Le parole di questo grande umanista del ‘500, Erasmo da Rotterdam, rispecchia l’odierna società. Che fosse pure lui un profeta?

Poco importa quando la verità è stata trovata.

intanto i dubbi e le paure diventano i protagonisti di storie horror nelle serate di luna piena. E,incoscientemente, vengono sempre allontanati dalla nostra realtà.


Una delle pubblicità più belle.