My soul is painted like the wings of butterflies...

My soul is painted like the wings of butterflies...
‎"Il minimo battito d'ali di una farfalla è in grado di provocare un uragano dall'altra parte del mondo..."

Ci sono due modi di vivere la tua vita.

Una e' pensare che niente e' un miracolo.

L'altra e' pensare che ogni cosa e' un miracolo.

Albert Eisten

Informazioni personali

La mia foto
Nata il 13/o8/87 a Catania. Vivo con la mia famiglia a Riposto...dove ho sempre vissuto. Del mio paese cosa amo?Il mare e la voglia di sentirsi grande, anche nella sua piccolezza. Cosa non mi piace? La spazzatura e la mafia.E l'idea di rimanere attaccata ad un paesino di provincia che non presenta così tante opportunità.

lunedì 3 maggio 2010

Un freno a forma d'amore

La “Casa della Speranza” è nata nel gennaio del 2009. Realizzare un’opera a favore degli ultimi è il compito che Viviana Lisi ha lasciato ai suoi amici e parenti, all’ordine a cui apparteneva, i Camiliani, e a tutti noi. Dopo la sua prematura morte padre Carlo, la famiglia e tutta l’associazione “Viviana Lisi” hanno voluto fortemente che questo progetto si realizzasse, ed ecco che il comune di Riposto da all’associazione, in comodato d’uso per 29 anni, la struttura sita in Corso Europa.
La Casa è interamente gestita dai soci dell’Associazione e dai volontari, senza i quali non sarebbe stato possibile realizzare e far crescere questo “progetto che va oltre la morte”.
“Stare a contatto con persone che dalla vita hanno avuto meno di me mi ha fatto capire quanto, in fondo, può essere facile gioire per le cose più piccole, solo che la frenesia della vita ci abitua a correre e non riusciamo a fermarci davanti le cose che, in realtà, sono davvero importanti”. La signora Claudia Puglisi, una delle volontarie della Casa della Speranza, inizia così a raccontarmi la sua esperienza, iniziata circa 9 mesi fa.
Come e perché ha iniziato la Sua attività di volontariato?
“Ho sempre fatto qualcosa, ma a piccoli livelli, anche perché i miei figli erano piccoli e fare la mamma ti toglie parecchio tempo; adesso loro sono cresciuti e io ho trovato il tempo da dedicare ad altre persone. Credo che fare volontariato ti dia tanto perché ti mostra un lato della vita che non siamo abituati a vedere”.
La Casa della Speranza accoglie molti extra comunitari: in un’epoca come la nostra, dove si parla di xenofobia,dopo gli scontri a Rosarno, accuse, denunce e scontri vari, non ha avuto qualche titubanza prima o durante il cammino intrapreso?
“Assolutamente no. Io credo fortemente nella mia religione, ma credo soprattutto nel rispetto. Ogni persona ha il diritto di sentirsi tale, di ricevere amore e di valorizzare la propria dignità, che creda in Dio o in Allah,che sia bianco o nero. Non mi sono minimamente posta il problema. Non sbagliano gli italiani o gli africani o i romeni, sbagliano le persone. Semplicemente”.
C’è qualche storia che l’ha colpita in particolare?
“Ogni storia, lì dentro, ha qualcosa da darti. Una risata, una chiacchierata, una piccola confidenza, i bambini che giocano. Basta solo qualche ora per poter tornare a casa con qualcosa in più nel cuore, ed è proprio questo qualcosa che ti spinge a tornare”.
La struttura è adibita a diverse attività. Per scendere un po’ più nei dettagli, Lei cosa fa di preciso nelle sue ora di volontariato?
“Sì, infatti il pian terreno, nei pomeriggi, è occupato dai bambini che fanno dopo scuola. Il quartiere che vi è nei dintorni non è dei più agiati ed è importante che ci sia la possibilità di offrire una “chance” a questi bambini, la cui famiglia non potrebbe permettersi di pagare nemmeno un’ora di doposcuola privato. Io però non mi occupo del doposcuola, ma di intrattenere i più grandi: per esempio, alcuni pomeriggi fumo una sigaretta con Omar e ci mettiamo a parlare, oppure durante questa pasqua sono andata a messa con alcuni di loro. Aiuto portando anche qualcosa di materialmente utile e in questo coinvolgo anche le mamme dei miei alunni. Sembrano cose piccole, banali, ma sta proprio qui il paradosso: mentre a te sembrano gesti riduttivi, a loro hai dato tanto”.
È veramente bello percepire la Sua gratificazione. Correndo ci si stanca prima, è vero, premere il freno davanti qualche fermata può rivelarsi molto interessante. Noi ci auguriamo che, almeno per un po’, tutti noi possiamo provare a rallentare la corsa della nostra vita per riuscire a captare i colori e i sorrisi che ci circondano e afferrare le mani che ci vengono tese. Tutto sta nell’avere il coraggio di scegliere!

venerdì 12 marzo 2010

8 marzo...work in progress


Un tempo si celebrava con le manifestazioni femministe.

Oggi, tra cene con strip maschili e offerte di sconto in beauty farm, ma tra la massa c’è chi prova a dare colore a vecchie foto ingiallite.

C’erano una volta 129 donne che, per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare nell’industria tessile Cotton di New York, occuparono la fabbrica. Lo sciopero si protrasse per alcuni giorni, ma l'8 marzo il proprietario Mr. Johnson, bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. Scoppiò un incendio e le 129 operaie prigioniere all'interno morirono arse dalle fiamme. Tra loro vi erano molte immigrate, tra cui anche delle italiane, donne che cercavano di affrancarsi dalla miseria con il lavoro.

Fu Losa Luxemburg che propose questa data come una giornata di lotta internazionale, a favore delle donne. Un giorno, però, la Bella Addormentata si è svegliata, cambiando punti di vista e il vero valore della festa della donna, che oggi, sa di un giallo sbiadito, come le foto d’epoca. Ed ecco che l’otto marzo aiuta l’economia del paese: ripopola ristoranti, da’ lavoro ai fiorai, fa pubblicità ad estetiste e agenzie di viaggio. Veramente triste, se pensiamo che questo lungo cammino è iniziato dalla morte di 129 donne ed è arrivato al “Fascino di essere donna”(slogan di una delle serate che si svolgerà al Tropicana, discoteca di Giardini Naxos) in mezzo a spogliarellisti e uomini famosi convinti di darti il contentino con una fotografia. È triste pensare che la donna con la scusa dell’emancipazione ne approfitta per passare una serata all’insegna della trasgressione o di qualche particolare e lussuoso trattamento di bellezza, senza invece pensare che in questo modo diventa un'altra occasione per farci sentire inadeguate e bisognose di miglioramenti.

L’otto marzo bisognerebbe ricordare le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, ma soprattutto le discriminazioni e le violenze cui le donne sono ancora oggetto in molte parti del mondo, Italia inclusa, e per cui bisogna lottare.

Per questo motivo lunedì otto l’ex camera dei lavoratori, salone municipale di Riposto sito in via Archimede, è stata aperta ai cittadini per una mostra sulle condizioni di vita delle donne africane. La Campagna Internazionale “Walking Africa deserves a Nobel”, promossa dal CIPSI e Chiama l’Africa, ha l’obiettivo di raccogliere un milione di firme per far assegnare il Premio Nobel per la Pace, non ad un singolo individuo, ma ad una collettività:le donne africane. “Donne che combattono su diversi fronti la loro lotta: in casa e fuori, nel clan, nella società, nella chiesa; una lotta che ha per avversario l'analfabetismo e la miseria, la fame e le epidemie, antiche tradizioni, tabù, stregonerie e a volte il solo fatto di essere donna ”. Ma non si vuol metter in evidenza il loro essere vittima, bensì il coraggio con il quale affrontano quotidianamente la sfida della sopravvivenza, perché se l’Africa rimane in piedi è proprio grazie al loro lavoro silenzioso, nascosto e tenace. Ed è proprio questo che si vuole premiare. Che si deve premiare.

Un appello è stato fatto anche ai media, perché anch’essi possano contribuire a far conoscere e valorizzare il loro impegno. Le donne africane sono protagoniste trainanti sia nei settori della vita quotidiana che nell’attività politica e sociale; donne imprenditrici, impegnate in politica, donne che si assumono il ruolo di promotrici dei diritti, della salute, della pace. Non è possibile immaginare il futuro dell’Africa senza avere davanti agli occhi le tante donne comuni che ogni giorno portano il peso di questo pezzo di terra, ne assumono i drammi e ne vivono le speranze.

La Campagna sta ottenendo sempre più riscontri: solo in questi ultimi giorni l’appello da inviare al comitato che attribuisce il Nobel è stato firmato dal presidente della Camera Gianfranco Fini e dall’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti, che si è impegnato in prima persona per far firmare anche tutti gli altri ex presidenti della Camera. Istituzioni politiche, ex premi Nobel come Richard Odingo, personalità del mondo della cultura e dello spettacolo si stanno mobilitando per appoggiare la candidatura. Numerose iniziative ed eventi sono in corso di programmazione per tutto il 2010. Anche al consiglio comunale di Catania è stata chiesta l’adesione. E per noi, cittadini di un mare che profuma d’Africa, è stato importante dar voce a queste donne (anche se non ascoltata o sentita da tutti), proprio in un giorno storicamente dedicato alle donne.

sabato 6 marzo 2010

mercoledì 25 novembre 2009

GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

Napolitano: «La violenza sulle donne
è un'emergenza su scala mondiale»

Matrimoni forzati, mutilazioni genitali, stupri: gli ultimi dati valutano oltre 140 milioni di casi.

«E’ triste dover ricordare che anche in Italia, nonostante la recente introduzione di norme opportunamente più severe, i casi di violenza, i soprusi e le intimidazioni sono in aumento. Ai necessari interventi di tipo repressivo, da esercitare con rigore e senza indulgenza, si debbono affiancare azioni concrete per diffondere, in primo luogo nella scuola e nella società civile, una concezione della donna che rispetti la sua dignità di persona e si opponga a volgari visioni di stampo meramente consumistico spesso veicolate anche dal linguaggio dei media e della pubblicità. Solo così sarà possibile creare una cultura di autentico rispetto, innanzitutto sul piano morale, nei confronti delle donne»

LA FORMA DI UNA MORE


In mezzo a tante ingiustizie e cose che vanno come non dovrebbero è difficile guardarsi intorno per trovare qualcosa di unicamente bello.
Mario Muratori e Raffaella Rapisarda sembrano nomi come tanti per chi non sa quello che di grande fanno ogni giorno. Qualcosa di talmente forte che rimane lì, con la sua grandezza e la sua costanza, in attesa di essere visto.
Mario e Raffaella hanno aperto la loro casa famiglia dieci anni fa (casa famiglia “Madonna della Provvidenza”, attualmente nella sede dell’ex penitenziario S. Chiara). Non sono eroi, ma semplici persone straordinariamente umane che mettono le loro spalle sotto la croce dei più deboli; che “con mille limiti e mille difetti” affrontano le gioie e le difficoltà di una qualsiasi famiglia. Sono marito e moglie, genitori e membri della comunità Papa Giovanni XXIII. Sono i pilastri della casa famiglia, punti di riferimento per i ragazzi. Poveri nella vita e ricchi nell’anima: forse è proprio questo che li rende speciali.
La loro è una scelta di vita che congrua il bisogno degli altri di essere amati e il loro bisogno di sentirsi utili per qualcuno.
Accolgono bambini abbandonati, ragazzi con disagi psico-fisici; sostengono i ragazzi del carcere minorile e accompagnano in un cammino diverso ragazzi che hanno respirato una realtà affranta dalla tossicodipendenza,
convinti di costruire un mondo migliore, allontanano lo spettro dell’emarginazione, dando a questi ragazzi la possibilità di riscattarsi da quella vita che li ha feriti. E un’altra concreta prova di ciò lo è la cooperativa sociale “Ro la formichina”, creata proprio per i ragazzi, perché non hanno bisogno di pietà, ma di lavoro, di amore e di stima. Così tra una lezione di teatro e una di equitazione, tra la realizzazione di una ricetta e una partita di pallone, riscoprono il piacere di vivere, dimenticando il peso della società che, come piccole formiche, portano sulle spalle. È in questo modo che l’amore di queste due persone prende forma.
Ma Mario e Raffaella sono solo due delle tante persone che vivono con il nobile scopo di “dare una famiglia a chi non ce l’ha”, proprio come Don Oreste, fondatore della comunità, ha insegnato loro. Perché, in fondo, “siamo angeli con un’ala sola: possiamo volare solo abbracciati insieme”(Don Oreste).

domenica 8 novembre 2009

PERICOLO+INCOSCIENZA = MORTE


Una vita spezzata, un dolore incredibile.

A riposto, l’ultimo saluto a Domenico diventa occasione per una riflessione generale sul valore della vita e sui rischi di tante esistenze a tutto gas.



Sulle note di Eros Ramazzotti si conclude il funerale di un ragazzo di soli 22 anni, morto domenica 1 novembre in seguito ad un grave incidente stradale mentre era sulla sua moto ad una velocità eccessiva. “Solo che non doveva andar così, solo che ora siamo tutti un po’ soli qui”. A volte pensiamo che certe scene possiamo vederle solo nei film e invece no. Nei film l’attore si alza dopo essere caduto dalla sua moto alla velocità di 250 km/h, nella vita reale non va proprio così.

Mercoledì la piazza S. Pietro è diventata testimone di grandi dimostrazioni, per certi versi abbastanza plateali, di affetto e di dolore che sono riusciti a strappare qualche lacrima anche ai semplici curiosi. Centinaia di persone, infatti, hanno assistito al funerale un po’ insolito, che ha fermato Riposto per un’ora e mezza con il boato delle moto; hanno sorpreso i fuochi d’artificio che avevano un suono paradossale dopo il triste canto delle campane e i muri tappezzati di foto e striscioni d’addio hanno intenerito tutti.

Si sa, quando a spezzarsi è la vita di un ragazzo “che aveva ancora molti sorrisi da regalare”, fa particolarmente male e ci si appiglia a questi gesti. Spesso,davanti a questi drammi della vita bisogna fermarsi a riflettere, non basta prendersela col destino. È vero, non doveva andar così…

E la mente vola alle tristi cifre di uno stillicidio di giovani vite. Nel 2009 gli incidenti in moto sono raddoppiati e le conseguenze per i motociclisti sono sempre più gravi: tre incidenti su quattro sono considerati dal 118 come una vera e propria emergenza. Quasi il doppio rispetto a quanto accadeva soltanto due anni fa.

Perché si fa questo? Per sentire l’adrenalina in circolo?Per un senso assurdo di libertà?

Beh, queste giustificazioni risultano un po’ passate di moda.

C’è poi da dire che le moto vengono utilizzate, molto spesso, nelle gare clandestine. Gare in stile motoGP con la sola differenza che il tutto avviene in città e quasi mai vengono denunciate. Anzi, il più delle volte usufruiscono addirittura di un buon numero di spettatori.

Le gare clandestine nascono negli anni ’70 ’80. C'è chi dice che, come quegli anni, anche adesso dietro ci sia la malavita organizzata e che tramite queste gare ricicla denaro sporco, ma nulla è certo.
I protagonisti sono i giovanissimi che oltre a sfidarsi tra di loro scommettono anche sulla vittoria dei partecipanti.

A questo punto la domanda sorge spontanea: Ma nel nostro paese si fanno mai controlli a tal proposito o si fa finta che anche questo sia un problema che appartenga a tutti tranne che a noi?

Forse è arrivata l’ora di toglierci i prosciutti dagli occhi e intervenire in maniera concreta, per molti aspetti, perché la morte di un ragazzo sano causata da un oggetto che non viene saputo usare è inaccettabile. Che cosa si aspetta, che l’errore si ripeta?